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Arts & Culture / Talks
Ott 10 - 2022
Tempo di lettura: 7'

Non chiamatemi designer. Intervista a Paolo Proserpio

Dalla passione per lo skate al lavoro per i brand di alta moda, passando per le fanzine, la fotografia, i viaggi improvvisati, le copertine dei dischi e un incontro a sorpresa con Lou Reed. Intervista al grafico per cui tutto è possibile con la giusta colonna sonora.

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Arrivando a casa di Paolo Proserpio, grafico, fotografo, creativo e grande appassionato di musica, ci accoglie Leo, il suo cane, che ci introduce nel suo nuovo studio.
Abbiamo scelto di incontrare Paolo e fargli qualche domanda per tanti motivi, il primo – e forse più futile – è che le sue serigrafie sono gli unici quadri appesi in Blossom. E sappiamo di non essere gli unici ad averle apprezzate…

D. Immagino che siano in tanti negli ultimi tempi a dirti: “Ho visto una tua serigrafia in casa dei Ferragnez. Ma ti sei venduto?”. Tu, che fai questi lavori da tanti anni, cosa rispondi?
R. Rispondo che io non so come ci sia arrivata una mia serigrafia a casa loro (potrebbero averla presa da Le Grand Jeu a Parigi, ma non ne sono sicuro!), ma aggiungo anche che, se delle persone che potrebbero avere in casa un Keith Haring o un Berry McGee o qualsiasi altra cosa scelgono una mia serigrafia, io sono contento. E basta.

D. Dopotutto tu hai sempre unito mainstream e cultura underground, giusto?
R. Sì, per me non è mai stato un problema o un limite. A chi è super purista non ho nulla da dire. Io però non la vivo come una contraddizione. Per tanti anni ho lavorato da Versace e, contemporaneamente, facevo le copertine di dischi indipendenti e scattavo foto ai gruppi per delle riviste della scena musicale underground e non.

D. Ecco, a questo proposito, come sei passato dalle copertine dei dischi punk degli amici del liceo agli inviti delle sfilate di alta moda?
R. È tutto collegato, è una lunga storia che inizia negli anni Ottanta.

D. Ce la racconti?
R. Sì. Tutto comincia nel 1989 con Ritorno al futuro. Parte seconda. Nel film il protagonista Marty va in skate, io lo vedo e voglio andare in skate anche io. Ma a Desio (ndr: una cittadina di provincia in Brianza, paese di origine di Paolo) non c’è molta gente che lo fa. Poi un giorno, mentre sono in giro con lo skate, vedo per strada uno con la tavola e lo inseguo. E lì inizia tutto.

D. Che cosa inizia esattamente?
R. Scopro che esiste un giro di ragazzi che non ascoltano per forza Jovanotti o i Guns’n’Roses o Vasco Rossi. Scopro un sacco di cose bizzarre e persone freak, conosco i fratelli Formenti di Seregno, che facevano un magazine di skate (di cui oggi custodisco ancora delle copie). Scopro gli adesivi, le grafiche delle tavole, il punk e il rap… Mi si apre un mondo.

D. Una comunità in cui finalmente ti riconosci?
R. Mah, sì… però non mi fraintendere, non sono “Jenny from the Block”, non è che arrivo dal ghetto (ndr: ride). La mia è una famiglia normalissima e io non ho mai voluto ribaltare il sistema… È solo che per me lo skate, da subito, ha significato un’enorme libertà.

D. E come passi poi alla moda?
R. Eh, allora… qui ci sono tre passaggi fondamentali: la scoperta ufficiale del lavoro del grafico, le foto ai concerti e il Coachella.

D. Sembra interessante. Partiamo dal primo punto: perché fai il grafico.
R. Stavo facendo l’Accademia di architettura a Mendrisio, in Svizzera, senza nessun entusiasmo, e la mia “santa mamma” – che è viva, eh? No, perché quando dico così mi fanno tutti le condoglianze…– un giorno mi dice: “Ad architettura ti hanno segato a mille esami… Non è che quelle cose lì dei dischi, che fai fino alle 5 del mattino, sono il lavoro che vuoi fare?”.
In effetti era vero. Avevo iniziato a fare disegni e collage per dischi e flyer, e in quelle cose mettevo una passione incredibile. Ma non sapevo che si chiamasse “grafica”.

D. In che senso?
R. Nel senso che poi sono andato allo IED per iscrivermi, ho preparato un po’ dei miei lavori e mi sono presentato come illustratore. Ma loro mi hanno detto che quello non era illustrare. Insomma, mi hanno instradato e mi hanno un po’ salvato.

D. E le foto ai concerti quando arrivano?
R. Le foto arrivano presto, quasi subito. Ma diventano un lavoretto quando mio papà mi regala la Mavica della Sony, una delle prime macchine digitali, quella che funzionava con i floppy. Ce l’ho ancora! Con quella scattavo foto a ogni concerto e la mattina dopo le mandavo alle testate. È così che ho iniziato a collaborare con Rumore, Rockstar, Rocksound, un’agenzia fotografica americana (Retna) e anche MTV…

D. Tu lo chiami lavoretto ma in realtà hai un archivio di foto con alcuni dei più grandi protagonisti della musica degli anni Novanta e Duemila. Hai uno scatto preferito?
R. No, uno preferito forse no. Però ho tanti episodi assurdi che stanno dietro quegli scatti. Ad esempio, nel 2004 ero al Festival di Benicassim e mi scappava la pipì da morire. A un certo punto vedo una porta con scritto “non entrare” e penso che di sicuro lì dentro c’è un bagno. Così la apro e, quando entro, trovo Lou Reed da solo, in mezzo a una stanza con tantissime sedie e basta. Sembrava una performance! Io vado, scatto una foto e subito quello della sicurezza mi manda fuori. Insomma, cercando il bagno ho scattato una foto di Lou Reed in primo piano…

D. Oltre alle foto, fra le tue tappe fondamentali, hai citato il Coachella. Perché?
R. Eh sì, perché mentre ero all’ultimo anno di IED, nel 2002, la mia carissima amica Cristiana Paolucci (a.k.a. Nanà) – che lavorava per MTV e che oggi, purtroppo, non c’è più – vuole andare al Coachella per gli Strokes. Io subito dico: “No, ho la tesi adesso, non posso venire”.
Lei, invece, che cosa fa? Mi prenota un volo e me lo dice tre giorni prima… Ovviamente sono partito con lei. Dopo una serie di peripezie, fra cui il fatto che non avevamo gli accrediti, siamo riusciti ad entrare e lì ho passato tre giorni pazzeschi.
Oltre ai concerti, ho visto Vincent Gallo, abbracciato Tim Burgess dei Charlatans, sono stato al bar di fianco ai Chemical Brothers…

D. E cosa c’entra tutto questo con il tuo diventare grafico per la moda?
R. C’entra perché, mentre ero via, scopro di essermi perso i colloqui che Versace aveva fatto agli studenti dello IED. Quando me lo riferiscono penso: “Nessun problema. Li chiamo”. In quel momento ero carichissimo. Cioè, io ero stato al Coachella, avevo visto Bjork che suonava insieme ai Matmos con il pancione (aspettava sua figlia Ísadóra, figlia anche di Matthew Barney!), capisci… Ero così sicuro che mi hanno preso.

D. Che cosa hai scoperto quando hai iniziato a lavorare come grafico per i brand?
R. Durante la mia prima esperienza nel magico mondo della moda, nel 2001, a Londra, da Gucci (con Tom Ford), ho scoperto che non potevo prendere i pennarelli e graffiare il logo solo perché piaceva a me. Che se mi piaceva il grigio non potevo fare tutto grigio. Ho imparato che dovevo capire i valori e temi del brand. Nel 2002 ho cominciato a lavorare per Versace e, nonostante tutti questi anni dedicati alla mitica Medusa, come potete vedere, non sono assolutamente un uomo Versace: non ho i vestiti zebrati, il barocco… Ma non importa, ho imparato ad amare il brand per quello che vuole esprimere, a guardare, a vedere un sacco di cose diverse e ad affrontare lavori complessi, con produzioni gigantesche e su scala globale. Ho imparato ad accettare le sfide.

D. E come convive questo mondo con la tua produzione personale?
R. Convive benissimo. Perché un giorno fai il catalogo tutto in stile barocco per la moda e, dopo tre ore, fai, non so… un disco di un gruppo che fa musica jazz sperimentale. E non ti annoi mai. Ed è mescolando tutta questa roba che poi scopri che certe cose ritornano. Perché alla fine tu sei sempre tu e, quando poi vedi certi lavori vicini, capisci che hanno la stessa mano: la tua.

La gente si immagina che, se lavori da Versace, la sera sei in giro con dieci modelle a drogarti, quando in realtà sei a passeggio a Desio con il cane. O almeno, questo sono io.

D. Però la tua vera passione resta sempre la stessa?
R. Le cose che ho tentato di fare di più sono i lavori legati alla musica, perché davvero non c’è niente che amo di più. È la mia passione, lo scheletro su cui si muove tutto. Per me tutto è arrivato da lì e lì torna. Quando sento un disco, io so esattamente che copertina ha. Perché la musica c’è sempre, ma per me c’è sempre anche un vestito. E certi gruppi ammetto che mi piacciono anche per il loro contorno: per come sono fatti, per come si muovono, come si vestono, per il merchandise che fanno, come allestiscono il palco, che foto si fanno fare… Ecco io adoro fare parte di questo, adoro dare un’immagine alla musica.

D. E perché scegli spesso artisti indipendenti?
R. Io non sono di quelli che dicono: “Se sei famoso, mi fai schifo”. Non è che se fai un concerto a San Siro non mi piaci più. Però gli artisti underground hanno un grande vantaggio: sono liberi. Non hanno pressioni o vincoli. Sono freschi, fuori controllo. Possono fare quello che vogliono, a volte dicono cose comuni, a volte fastidiose, a volte incoscienti. E questo per me è una figata. Perché poi dagli artisti, dagli illustratori, dai grafici indipendenti trovi ispirazione anche da portare nel momento in cui lavori per un grande brand. Faccio un esempio: tu vedi, che ne so, una pubblicazione indipendente che è piegata in un certo modo, la vedi fatta a mano e poi tenti di trasferirla in una produzione in larga scala dove magari la puoi anche migliorare.

D. La concretezza è un tuo punto di forza. Sei sempre stato molto materico. So per esempio che le copertine di alcuni dischi le hai piegate a mano, una per una. E poi, qui non hai solo il computer, ma è pieno di strumenti.
R. La matericità arriva sempre dallo skate: con lo skate cadi, ti fai male, monti e smonti la tavola e le rampe. E poi mio nonno era un falegname, mio papà ha fatto l’idraulico tutta la vita. Tutte le prime rampe da skate le ho fatte con mio papà. Quindi la fisicità secondo me arriva da lì.

D. Ed è per questa esigenza di “muovere le mani” che hai iniziato a fare serigrafie?
R. Ho iniziato a fare le serigrafie perché lavorare per i clienti è bellissimo però, a volte, anche no. A volte è bello fare senza brief, fare cose che siano fuori controllo. Della serigrafia mi piace tantissimo il fatto che con il colore produci una grafica in serie, in cui però c’è sempre l’imprevedibilità dell’errore.

D. E come hai imparato a farle?
R. L’interesse è nato quando volevo stampare magliette e poster. Nel 2004 sono andato a San Francisco e Chuck Sperry di Firehouse mi ha spiegato tutto sulla poster-art e la serigrafia. Poi per dodici anni tutte le estati ho seguito dei workshop alla Central Saint Martin School Of Art a Londra, dove fanno corsi legati alla stampa, corsi di serigrafia basica su carta e tessuto. Ma anche “Preparazione avanzata dei telai serigrafici” presso la East London PrintMakers… Insomma, robe molto nerd, a cui eravamo iscritti in tre.

D. Questa necessità di esprimersi liberamente è un atteggiamento che potremmo definire da artista. Come reagisci se ti chiamano così?
R. Artista no, non mi ci sento. Potrei dirti che c’è dell’artisticità in quello che faccio, al massimo. Per me uno che fa l’artista è uno che non deve giustificare in nessun modo quello che fa, uno che fa una statua di wurstel e se ne frega del fatto che marcirà o se piacerà o meno.
Per chi fa comunicazione è diverso.
Io ad esempio mi sento libero, ma nella mia mente è come se fossi il cliente di me stesso, perché tento sempre di darmi una spiegazione. E, comunque, l’unico che mi chiama “il grande artista Paolo Proserpio” è Auroro Borealo!

D. Fra i tanti incroci della tua vita c’è anche Blossom.
R. Sì, Giacomo (Frigerio) è un mio coetaneo. Abbiamo frequentato per tanto tempo le stesse realtà, eravamo nel giro punk rock. Ai tempi non c’era internet e ti vedevi sempre agli stessi concerti: noi avevamo gli stessi interessi e pian piano ci siamo conosciuti. Oggi ammiro il suo coraggio: ha costruito una cosa grande, con tante responsabilità.

D. Come saprai, il purpose di Blossom è “We fight for Beauty, to make the world a better place”. Che cos’è per te la bellezza?
R. Per me il bello e il brutto universale non esistono, sono una cosa che evolve, anche di giornata in giornata. Ti faccio un esempio: se adesso questo lampadario, che mi piace tantissimo, cade e ti uccide, probabilmente quando lo rivedrò dirò: “Questo lampadario mi piace un po’ meno”, no? Poi magari fra vent’anni mi dimentico che ti ha ucciso durante l’intervista e dico: “Però, sai che ‘sto lampadario è davvero figo?”. Ecco. Questo vale anche per le città, per i cibi, per i dischi… Perché il gusto evolve! Pensa a quando vediamo le nostre foto di vent’anni fa e diciamo: “Guarda come ero vestito male!”. Oppure quando pensi a dei gruppi che ascoltavi quando eri teenager e dici: “Ma che merda era?!”.
Poi, se una persona la cosa più creativa che ha fatto nella vita è vedere il Grande Fratello Vip, penso che, in qualsiasi cosa che penserà o produrrà, purtroppo, pescherà solo da lì, e quindi il risultato avrà dei limiti. Questo per dire che secondo me il bello arriva quando hai delle contaminazioni, che vuol dire anche semplicemente che hai osservato e assimilato tanto. E, quindi, quello che produci si capisce che ha qualcosa dietro, una ricerca, qualcosa di profondo che poi, di fatto, è tutto il tuo bagaglio culturale.

D. E tu come rinnovi il tuo bagaglio culturale?
R. Mi piace guardare un sacco di cose, a volte anche per capire che non vanno fatte. Poi non so, se vedo un telefilm e compare un titolo iniziale che mi piace, me lo segno facendo una foto con l’IPhone. Poi ci sono cose che guardo più spesso perché ne sono mega fan. Per esempio, Art Chantry mi piace tantissimo: è un grafico che fa dei packaging assurdi, dove la parte analogica è fatta a mano e molto presente. È quello che ha fatto Louder than love dei Soundgarden, ha lavorato per The Mono Men, Sonics, Mudhoney per SubPop ed Estrus Records. Io vorrei tantissimo andare a incontrarlo a Seattle. Però ci sono anche altri che ammiro: Vaughan Oliver (scomparso nel 2019, con cui ho fatto un workshop a Londra) Stephan Sagmeister, Robert Beatty, Swifty, Broken Fingaz, David Carson, M/M Paris…

D. Da oltre 20 anni sei docente allo IED. Cosa consigli a chi vorrebbe fare il… designer o grafico? Tu quale definizione preferisci?
R. Io preferisco dire grafico. Perché il designer mi sembra sempre una persona che fa degli oggetti tridimensionali, tipo una sedia o una borsa. Invece il grafico mi riporta più delle cose piatte…anche se il packaging poi non è piatto, però… Be’, preferisco grafico.

D. Allora, cosa consigli a chi vuole fare il grafico?
R. Come prima cosa, uno deve essere coraggioso e capire se ha veramente voglia di fare questo lavoro. Se è disposto a tutto per scoprire cose nuove, se compra libri, naviga per ore, cerca su Instagram… Ma non perché se lo impone, perché quella è la cosa che gli piace fare di più, perchè ha una sete pazzesca di tutto quello che succede in questo settore!
E poi, consiglio di cominciare a sporcarsi le mani subito. Quindi: tua cugina ha la pizzeria e ti chiede i biglietti da visita? Falli. E mi auguro che tu li sbagli tutti e capisca l’errore che hai fatto, così quando li farai per Nike saranno perfetti. Perché con pochi strumenti si possono fare cose fighissime, e sulle cose piccole si può sempre sperimentare, si è più liberi… Ma questo l’ho già detto prima… Va be’, sono andato lungo, scusate. Andiamo a fare un piatto di pasta?

E così ci spostiamo in cucina. E prima di mettere l’acqua a bollire, Paolo fa partire Milano, il disco di Daniele Luppi & Parquet Courts, e ci porta i cataloghi della sua mostra di foto Thank God I’m a Graphic Designer, 1999-2009. Ten years of rocknroll photos. La musica va, lui cucina, noi ripercorriamo i migliori concerti degli anni Novanta e Duemila, e pensiamo a quanta passione serva per “non essere un artista”.


Tutte le foto di questo articolo sono state scattate per Blossom da Ray Banhoff, scrittore e fotografo cresciuto in Toscana.
Per conoscerlo: questa la sua newsletter; questo il suo profilo Instagram.
E questo è il profilo di Paolo Proserpio.

Innovation / Insights
Feb 14 - 2024
Tempo di lettura: 3'

Blossom AI HUB. Che cosa intendiamo per evoluzione

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione digitale e stiamo per assistere a un cambiamento epocale: qualcosa che andrà oltre la tecnologia e che è pronto a diventare parte del nostro tessuto sociale e culturale.
Più o meno consapevolmente, ci stiamo sempre più allontanando dai metodi tradizionali e, mentre abbracciamo l’intelligenza artificiale, stiamo già vedendo i primi grandi cambiamenti nelle interazioni umane, nell’industria e nei sistemi di potere.

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IL LUOGO DEL CAMBIAMENTO

Il fatto è che, con la vita che procede a un ritmo sempre più veloce e con un panorama tecnologico in costante evoluzione, è facile sentirsi sopraffatti. Il bombardamento di novità digitali e il continuo afflusso di informazioni possono essere difficili da gestire, anche per i più esperti. Il nuovo Blossom AI Hub nasce per questo. Il nostro AI Hub non vuole essere un centro per l’avanzamento tecnologico, ma innanzitutto un luogo di promozione di una mentalità aperta al cambiamento, utile a comprendere il momento. Il nostro scopo è poter affiancare e preparare aziende e persone ad affrontare il futuro a testa alta. Perché questa è la nostra idea di evoluzione, un’attitudine condivisa che tende ad abbracciare il futuro.

UNA COMUNITÀ VIBRANTE

La condivisione è un elemento fondamentale di questa attitudine al cambiamento. Ecco perché abbiamo scelto di dare vita a un Hub, perché il nostro scopo è quello di creare una comunità ampia, capace di comprendere dipendenti e imprenditori, esperti e appassionati, sempre spinti dalla voglia di cercare nuove soluzioni, imparare e scambiarsi idee, per ridefinire i confini dell’innovazione.

UN INVESTIMENTO NEL DOMANI

Al centro di tutto restano ovviamente le persone. Senza persone non c’è innovazione e tantomeno evoluzione. Per questo un elemento fondamentale è l’apprendimento continuo: nell’ultimo anno in Blossom abbiamo investito significativamente nella formazione interna, completando oltre 960 ore di formazione sull’IA in meno di quattro mesi, che hanno coinvolto tutti i nostri collaboratori.
Una missione che va oltre l’Intelligenza Artificiale, perché di fatto la formazione continua stimola le persone e aiuta a creare un ambiente sempre pronto ad cogliere le trasformazioni in atto nel tentativo di comprenderle al meglio.

VERSO IL FUTURO

Integrando l’IA nel nostro lavoro e investendo nella formazione, abbiamo acquisito consapevolezza strategica dei suoi migliori utilizzi, limitazioni e possibilità. Con il lancio del nostro AI Hub, ora siamo pronti a offrire un’ampia gamma di servizi per accompagnare i clienti nel loro percorso di conoscenza profonda e consapevole dell’IA nel loro lavoro.
Questo perché per noi il cambiamento non è un concetto astratto, ma il frutto concreto di una serie di scelte e azioni che possono essere apprese e applicate ovunque.
L’AI Hub è stato creato con l’obiettivo di condividere la nostra visione e le nostre ultime scoperte. Perché per noi, l’evoluzione è innanzitutto un mindset condiviso, un approccio positivo al cambiamento.

Culture
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 5'

La forza statica della fotografia. Intervista a Giulio Di Sturco

Il vincitore di tre World Press Photo sul suo attuale lavoro: “Non mi importa della fotografia. Mi importa quello che una persona trova oltre le mie foto”.
Leggi l’intervista.

TEMPO DI LETTURA 10′
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Aerotropolis© Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia. Con i suoi scatti ha raccontato storie da tutto il mondo. Il suo “sguardo” ha spesso la straordinaria capacità di obbligare lo spettatore a fermarsi e domandarsi “Cosa sto guardando?”.

Lo raggiungiamo in video-call. Lui è collegato dal suo studio di Arles, capitale europea della fotografia. L’incontro è digitale, ma di Giulio ci arriva subito la verità, la concretezza. Sarà che è agosto, fa caldo e siamo tutti più rilassati, sarà quel suo accento ciociaro, ma nel giro di pochi secondi ci sentiamo a casa. E non una casa qualunque, ma la casa di un maestro della fotografia internazionale. Così ne approfittiamo, e iniziamo con una domanda che possa portarci dritti dentro la sua vita.

Aerotropolis© Giulio Di Sturco

D. Che cosa abbiamo interrotto con questa chiamata, Giulio?

R. Ti do due risposte, una meno formale e una più formale. La prima è che mia moglie e mia figlia di 4 anni sono andate in vacanza e quindi mi stavo godendo il silenzio e la solitudine (ndr: ride). No, in realtà sto editando un libro su un lavoro che ho finito… Cioè, non so ancora se è davvero finito, ma deve essere messo in ordine. È un progetto sulle città aeroporto (ndr: il progetto è Aerotropolis) che ho iniziato nel 2014. Ora ho stampato tutte le foto e le sto selezionando. Poi arriverà una curatrice di arte contemporanea che mi aiuterà a mettere insieme i pezzi. Sai, sui progetti di lunga durata, uno sguardo esterno è fondamentale. A me sembra sempre che manchi qualcosa, ma non è detto che sia così…

D. Che bella notizia! Ma prima di parlare di futuro, vorrei tornare alle origini. Quando hai capito che saresti diventato un fotografo?

R. Io vengo da quattro generazioni di fotografi. Sono di Roccasecca vicino a Cassino, un paese del basso Lazio, e durante la celebre battaglia di Montecassino il mio bisnonno faceva le foto ai soldati che scappavano dalla guerra. Poi mio nonno e i miei genitori hanno proseguito: loro avevano uno studio di paese che faceva ritratti. Ma all’inizio, come è normale, io escludevo questa ipotesi. Poi sono andato a studiare allo IED a Roma, e lì ho incontrato Angelo Turetta. Lui, che è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia e un celebre fotografo di scena, ha un’energia, un modo di portarti dentro le storie, dentro il reportage, che mi piaceva parecchio. Lui è stato la luce che ha illuminato tutto.

D. Te lo ricordi il tuo primo lavoro di reportage?

R. Come no! Finita la scuola mi sono trasferito in Canada. A quel tempo andavano di moda i “city portrait”. Io andavo in giro e scattavo, e nel frattempo lavoravo con un fotografo di matrimoni italiani a Toronto. Mi vedevo questi matrimoni assurdi e giravo la città. Però più che “city portrait” io, di fatto, documentavo la mia esperienza… Quando poi sono tornato a casa, ho messo insieme il lavoro e l’ho inaspettatamente venduto ad “Amica”, un magazine che ai tempi faceva molti reportage. E quindi, da là, ho detto: “Figo!”. E ho cominciato a fare avanti e indietro dal Canada e dagli USA: andavo, scattavo, tornavo e vendevo i reportage. E così poi sono entrato nell’agenzia Grazia Neri.

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Ph. Giulio Di Sturco

Per me un progetto fotografico è come un film: devo avere una trama, raccontare una storia.

D. Tu hai sempre raccontato storie con le tue foto. Perché?

R. Sì. È così. Io non ho mai fatto cronaca pura, news. E non sono nemmeno mai riuscito a pensare a una foto singola. A me non interessa la bellezza della foto in sé. Ho sempre voluto mettere insieme delle foto per raccontare qualcosa.

D. Negli anni le tue storie erano via via sempre più “impegnate”. Come fotoreporter hai lavorato per tantissime Ong, per diverse agenzie delle Nazioni Unite e molte associazioni umanitarie. Come è successo?

R. È successo perché a un certo punto della mia vita mi sono trasferito in India. Per me è qui che inizia la mia vera carriera. In quel momento l’India era in completo boom economico. Tutti volevano storie sull’India e io ero un po’ diventato “il fotografo del sud-est Asiatico”. Prima ho cominciato a lavorare con il New York Times e il National Geographic e poi, da lì, sono iniziate le collaborazioni con Medici senza frontiere, Amnesty International, Save the Children e con alcune agenzie delle Nazioni Unite. Ed è stato con alcuni di questi lavori che ho conosciuto Blossom, peraltro… Ai tempi facevo foto in bianco e nero, con taglio molto drammatico.

D. Oggi i tuoi lavori continuano ad avere come oggetto tematiche sociali, ma hai completamente cambiato il tuo modo di fotografare. Perché?

R. A un certo punto, mentre ero in India, mi sembrava di rifare sempre le stesse storie. Avrebbe anche potuto andarmi bene: ormai sapevo quali foto funzionavano e come sostenere il lavoro di tante ONG. Ma temevo di andare un po’ con il pilota automatico, quindi, in quel momento, ho deciso di cercare altre soluzioni per parlare degli stessi temi.

A un certo punto della mia carriera ho deciso di cercare un linguaggio diverso, più metaforico.

D. È così che è nato il tuo progetto Gang Ma?

R. Sì, esatto. In quel momento ero interessato al cambiamento climatico e il Gange mi è servito per ribaltare il mio modo di fare reportage. Mentre prima io stavo in mezzo al Kashmir durante la guerra e tutto (troppo!) succedeva davanti a me, in questo caso mi ero messo sul Gange, dove non succedeva nulla. Lì non mi bastava piazzare la camera e fotografare al meglio tutto quello che di fatto già succedeva, lì dovevo scoprire il modo giusto per raccontare la mia storia, la mia idea.

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Gang Ma© Giulio Di Sturco

D. Ma perché sentivi così forte l’esigenza di trovare una nuova estetica?

R. Perché sentivo che c’era bisogno di nuove immagini per smuovere i pensieri delle persone. Quando si parlava di inquinamento delle acque, per esempio, in quel momento tutte le foto mostravano la bottiglietta di plastica in acqua. E quindi, secondo me, quella cosa lì non funzionava più. Bisognava trovare un modo più delicato, meno esplicito. O meglio, questo era quello che volevo fare. Quindi è nato Gang Ma, dove l’inquinamento è ciò che rende esteticamente belle le foto. Chiunque si può avvicinare a queste foto, attratto dai colori e dalle inquadrature, ma solo in un secondo momento si accorge che proprio la bellezza di colori è dovuta all’inquinamento. È sicuramente una fotografia meno immediata, ma per me più potente. Perché non è finita e lascia spazio di interpretazione prima, e di riflessione poi.

La fotografia non finita non è usa e getta. Richiede più tempo ma per me è più potente.

D. Da come la descrivi, direi una fotografia meno di reportage e più vicina all’arte contemporanea. Sei d’accordo?

R. Non saprei… Forse ora la mia fotografia occupa uno spazio intermedio fra il reportage e la fotografia fine art… Ma queste sono solo definizioni. Io, comunque, vengo dalla fotografia documentaria, dalle “cose vere”. Io devo farti sempre vedere una cosa reale. Però oggi voglio prendere una cosa reale e portarti in un’altra dimensione. Ma questo non vuole dire che non sia comunque una fotografia sociale o politica.

D. È questo che stai perseguendo anche nei tuoi attuali progetti?

R. Sì, per me è ancora così. Il fatto è che non voglio dire più se una cosa è giusta o sbagliata: siamo troppo esposti alle persone che danno dei giudizi senza realmente conoscere, e oggi è impossibile conoscere tutto. Per questo preferisco una fotografia non finita, perché rappresenta una “realtà” magari non conosciuta, magari ancora embrionale, e la porta all’attenzione delle persone.

Ti racconto un episodio: quando faccio delle mostre sulle città-aeroporto (l’ultima, recente a Padova), c’è gente che reagisce in una maniera super forte, gente che dice “Questo è l’inferno in terra!”; e altre che ne sono attratte, affascinate. Perché sono città finte, costruite, ma l’architettura è futuristica, ha una sua bellezza, dà l’idea di una città che funziona. Reazioni opposte alla stessa foto.

D. Come nascono i tuoi attuali progetti? Che cosa accende oggi la tua curiosità?

R. Mah, guardando i miei progetti con un po’ di prospettiva mi accorgo che sto lavorando sul futuro e sulle soluzioni che potrebbero essere normalità fra venti, trenta o cento anni. Le città-aeroporto sono i luoghi dove potremmo vivere un domani: città in cui l’aeroporto è al centro e tutto ruota attorno ad esso; una modifica strutturale che è un cambiamento antropologico. La pediatria di Bristol, in cui sto per girare un documentario video, invece salva bambini prematuri di 22 settimane che vent’anni fa non avevano una chance di sopravvivenza. Poi c’è il progetto sullo spazio e, in stand- by, uno sul trans-humanism, con una serie di fotografie di umanoidi che ho scattato in Cina… Tutto ciò che si spinge al limite del futuro prevedibile, insomma. Ti direi che faccio science fiction, però con foto di cose reali.

Ph. Giulio Di Sturco
Ph. Giulio Di Sturco
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Ph. Giulio Di Sturco

D. Hai uno scatto a cui sei più affezionato?

R. Uno? No, no… Perché la fotografia mi annoia…

D. Posso scriverlo? Guarda Giulio che lo uso come titolo se mi dici così…

R. (ndr: ride) E fu così che smisi di lavorare… No, ma è vero! La fotografia in sé è uno strumento. Mi interessa molto di più il concetto, l’idea, il progetto. E sai che c’è? Ad esempio, con il progetto sullo spazio, ogni volta penso di aver fatto la foto migliore della mia vita. Poi torno, ne scatto altre e quelle mi piacciono ancora di più. Insomma, quando farò la foto perfetta sarà quando andrò in pensione.

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Ph. Giulio Di Sturco

D. E invece che cosa ti piace guardare? Dove trovi le tue ispirazioni?

R. Te ne dico un’altra forte? (ndr: ride) La fotografia non mi interessa. Non la guardo più.

D. Di bene in meglio, direi… Ma in che senso?

R. No, seriamente, guardo pochissima fotografia perché so che mi rimane in testa e poi, anche inconsciamente, finirei per riprodurre delle cose già fatte. E quindi preferisco guardare altrove. Leggo tantissima science-fiction, guardo tante serie tv, molta arte: i surrealisti, i futuristi e De Chirico sono una grande fonte di ispirazione.

D. Per te la fotografia ha un potere?

R. Eh… questa è una delle grandi questioni sulla fotografia. Se me lo avessi chiesto dieci anni fa, ti avrei risposto che la fotografia cambia il mondo, che noi reporter diamo la parola a chi non ce l’ha, ecc… La verità è che non ci credo più. Adesso io non voglio cambiare niente.

D. E allora perché lo fai, se posso permettermi?

R. Perché la fotografia mi dà l’opportunità di entrare in dei posti che sarebbero inaccessibili. Perché mi permette di tirare fuori un’idea e aprire un dialogo con le persone che la guardano. Perché, comunque, la fotografia ha un grande valore, quella che io chiamo “forza statica”, perché la fotografia richiede tempo a chi la guarda e obbliga a riflettere, a farsi domande. Per me, oggi, questo è più forte che dire “guarda, qui c’è la guerra: questi sono i buoni e questi i cattivi”. Io credo che una foto possa dire (o non dire) molto di più di questo.

D. Il tuo sogno futuro?

R. Di continuare a fare quello che faccio, con la libertà con cui lo sto facendo. Perché, devo dì (ndr: dice con forte accento), io sono contento di tutto quello che ho fatto: dei premi, delle persone con cui ho lavorato, dei lavori, dei libri… Io posso solo essere felice perché nella vita sono stato veramente fortunato…

Per fare il fotografo serve avere tanta curiosità, intelligenza e un sacco di fortuna.

D: E tu quando sei stato fortunato?

R: Il primo World Press Photo è stata completamente una botta di culo!

D. Davvero non te l’aspettavi?

R: Assolutamente no. Avevo 25 anni. Ho inviato la candidatura solo perché un’amica ha insistito. Io non lo volevo mandare… E invece ho vinto. E a quei tempi, una vittoria del genere era l’equivalente di un Oscar cinematografico; quindi, ha sicuramente cambiato il corso della mia vita… Sarei un ingrato se dicessi il contrario.

Che si sia trattato di fortuna o no, quel che è certo è che Giulio Di Sturco da quel giorno di premi ne ha vinti molti altri. E nel corso degli anni non ha mai smesso di cercare storie nuove e modi sempre diversi per raccontarci cosa succede nel mondo. Fra chiari e scuri, problemi e innovazioni, il suo è un punto di vista prezioso che risveglia curiosità e conoscenze. Perché comunicare, a volte, significa porre le domande giuste, più che dare risposte.

Talks
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 1'

The good news. La comunicazione può fare la differenza

Jon Lidén sembra aver vissuto cento vite. Antropologo, reporter di guerra, giornalista, speech writer per il WHO e direttore comunicazione di una grande NGO, Lidén ha più volte sperimentato gli effetti che la comunicazione può avere sul mondo. Oggi è Senior Strategy Advisor di Blossom, e ci ha raccontato la sua straordinaria storia.

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Nel mondo della comunicazione per il sociale, quando una campagna strategica funziona può sprigionare una potenza straordinaria. Convincere i policy makers, mobilitare la società civile, e riuscire a portare finanziamenti cruciali per cause sociali può letteralmente cambiare il corso della storia. Vi sembra esagerato? Vi basterà ascoltare le parole di Jon Lidén per capire che non lo è.

Jon Lidén, nato in Norvegia ma vissuto in tutto il mondo, oggi è Global Health Senior Strategy Advisor di Blossom e, più in generale, uno dei massimi esperti internazionali di campagne di mobilitazione e fundraising per le cause umanitarie, specialmente nell’ambito della salute.

Nel corso della sua intervista, Jon ci ha portato dal divano di casa sua a Ginevra alle Filippine, passando per l’Africa, la Cambogia, le guerre, i conflitti, la politica, le pandemie, i tavoli del WHO e i grandi eventi di charity. Ci ha raccontato di tutte quelle volte che la giusta combinazione di messaggi ricchi di senso e azioni hanno saputo innescare reazioni a catena positive e risultati tangibili per il bene comune. Ovvero, ci ha raccontato di tutte quelle volte che la comunicazione è stata un mezzo per generare un vero impatto e rendere, almeno in parte, il mondo un luogo migliore.

Insights
Ott 11 - 2023
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I social media possono fare del bene? Insight e opportunità

Jeremy Bogen, Senior Social Media Strategist di Blossom, sul legame tra social media e cambiamento sociale. Visioni e consigli.

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I social media rappresentano ancora uno strumento rilevante per il cambiamento? In una parola: sì. Anche se i tempi stanno cambiando.
Fino ad oggi è stato un percorso lungo e movimentato, ma non si può negare l’effetto profondo che i social media hanno avuto sui movimenti sociali e sul mondo.

La verità, però, è che raggiungere e coinvolgere il pubblico sui social media per il mondo umanitario è diventato oggi molto più difficile di un tempo e, per alcuni, anche proibitivamente costoso. Oggi, restare nel feed del nostro pubblico richiede un grande impegno e un team social media ben oliato con competenze nella produzione di strategie realistiche, creatività accattivanti, storytelling coinvolgenti, contenuti persuasivi e promozioni mirate.

Social Media is dead. Long live Social media!

Anche se alcuni lo sostengono, non siamo in una “post-social media era”. L’idea di una “post-social media era” è un’idea illusoria e lontana dalla realtà del mondo in cui viviamo. I social media fanno parte di ogni aspetto delle nostre vite. Sono il luogo in cui leggiamo le notizie, comunichiamo con gli amici e i familiari, in cui ci isoliamo sentendoci comunque connessi con il mondo.

L’idea di una “post-social media era” è solo uno degli argomenti amati dagli “esperti” che vogliono a tutti i costi prevedere cosa verrà dopo, quale sarà la nuova tendenza.

Ma pretendere di conoscere la “next big thing” è praticamente impossibile anche per chi siede alle riunioni esecutive di X, Meta, TikTok, Google o Linkedin.

Certo, c’è sempre qualcosa di nuovo in cantiere, come Threads, lanciato di recente e che forse avrà successo o forse sarà il prossimo Google+.

Ma insomma, la parte più eccitante riguardo alla “next big thing” è che nessuno la vedrà arrivare, proprio come è sempre accaduto.

Nuove sfide

La comunicazione attraverso i social media per le ONG e il no profit era un lavoro molto più semplice agli albori; chiamiamola l'”era pre-monetizzazione”. La crescita organica e l’interazione erano guadagnate sul “campo”, non pagate. Le nostre strategie erano incentrate semplicemente sull’essere “social”, con narrazioni ben fatte.
Oggi per queste organizzazioni la sfida è più difficile e richiede un team multidisciplinare di esperti in grado di coprire strategia, creatività, produzione, gestione dei canali e gestione dei progetti. Siamo stati costretti a metterci al servizio degli algoritmi, che alla fine determinano il contenuto del feed di ogni utente.

Grandi opportunità

La buona notizia, però, è che i social media rimangono un potente mezzo in cui le persone si connettono, condividono informazioni e raccontano storie che possono mobilitare l’attivismo, ispirando piccole azioni individuali che possono fare la differenza.

Il punto di riferimento in questo ambito è il columnist del New York Times, Nicholas Kristof. Per chi cerca ispirazione su come scrivere post sui social media, Kristof è uno dei migliori: la sua autenticità porta i lettori dritti dentro le storie.

Una volta, ad esempio, ha scritto la storia di una donna la cui vita fu distrutta dopo che le sue foto erano apparse su PornHub senza il suo consenso. Una situazione che si aggravò fino a portare la donna a perdere tutto. Kristof non scrisse la sua storia per chiedere donazioni, ma il suo post spinse così tante persone a dare il loro contributo che la donna riuscì in fretta a ricominciare da capo la sua vita. Ma non solo. L’indignazione causata dall’articolo generò reazioni così forti verso PornHub, che si trovò costretto a modificare le sue policy.

Che cosa ci insegna questo episodio? Che nessuna storia è troppo piccola, perché non si sa mai chi può ascoltarla. E anche se sono solo poche persone, queste possono comunque fare la differenza. Si può essere storyteller di persone e cause, anche solo con un post di testo. Si può farlo con compassione e rispetto per il soggetto. E quando il pubblico commenta, si può sempre trovare il modo di dire come aiutare.

L’impatto positivo sui social media non deve essere definito da milioni di visualizzazioni o migliaia di interazioni. Certo, gli algoritmi su Facebook e Instagram rendono più difficile raggiungere ampie porzioni di pubblico, ma questo non significa che non valga la pena di continuare a scrivere e comunicare.

QUINDI, METTIAMOCI AL LAVORO

La domanda che spesso emerge quando parliamo di idee e strategie con i clienti è “Quali sono le tendenze attuali sui social media, cosa dovremmo fare?”. La risposta è che qualunque siano le tendenze e i nuovi strumenti, l’attenzione deve essere sul contenuto e sulla narrazione, per sensibilizzare e coinvolgere.

I NOVE PASSI DI UNA CAMPAGNA SOCIAL MEDIA EFFICACE

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    1. 1) Definisci obiettivi realistici e significativi. Questo è il momento di determinare se i social media sono la piattaforma giusta.

 

    1. 2) Crea la tua mappa di pubblico, ovvero:
      • – Definisci i tuoi principali pubblici target
      • – Determina l’obiettivo della campagna per ciascun gruppo di pubblico
      • – Determina il miglior canale per raggiungerli
      • – Decidi che tipo di contenuto devi creare per raggiungere e coinvolgere ciascun gruppo di pubblico
      • – Definisci i KPI per ciascun pubblico target

 

    1. 3) Sulla base di ciò che emerge dai passaggi uno e due, definisci la creatività della campagna che risuonerà meglio con la tua mappa di pubblico, sviluppa i messaggi chiave di massima e ovviamente un hashtag.

 

    1. 4) Definisci la tua strategia di contenuto basata su una narrazione che spingerà il tuo pubblico a rimanere coinvolto durante tutta la campagna.

 

    1. 5) Crea un calendario editoriale realistico e definisci gli asset di cui avrai bisogno per eseguirlo.

 

    1. 6) Determina se sarà necessaria una strategia di promozione a pagamento. Se è necessario, definisci il budget, i canali e i contenuti che saranno prioritari per questa operazione.

 

    1. 7) Crea un elenco di sostenitori, partner e influencer che possono amplificare la tua campagna.

 

    1. 8) Quando la produzione degli asset è completa, crea un kit per la tua lista di amplificatori.

 

  1. 9) Lancia, misura, aggiusta e… Goditi il viaggio!

BENE VS MALE

Oggi viene giustamente prestata molta attenzione agli impatti dannosi dei social media: hate speech, politica divisiva, bullismo, frodi, fake news,… L’elenco delle storture è davvero troppo lungo. Ma se un’ONG è credibile, i suoi messaggi sono concisi, basati su fatti, dati solidi e informazioni da fonti affidabili, allora può affrontare tutti questi rischi.
Facciamo un esempio.

Diciamo che un’ONG focalizzata sul clima sta conducendo una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di fermare l’uso del carbone. Il comportamento tipico degli algoritmi è il seguente: le persone che sono d’accordo con i messaggi dell’ONG vedranno il loro contenuto e, se è convincente, interagiranno e gli algoritmi premieranno l’account/i post con maggiore visibilità.

Tuttavia, se un gruppo pro-carbone vede la campagna e il suo successo, è possibile che questo gruppo decida di creare una contro-campagna piena di messaggi falsi su quanto sia innocuo il carbone. Se poi, questo gruppo pro-carbone dovesse decidere di investire sui suoi contenuti… Voilà, la battaglia social tra il bene e il male ha inizio!

Che cosa può fare allora la ONG? L’ONG voleva solo aumentare la consapevolezza sul cambiamento climatico e ora si trova a combattere una battaglia sulla verità.
Piuttosto che attaccare l’altra parte o rispondere in modo negativo o emotivo ai commenti, la migliore strategia è rispondere in modo educato e professionale. L’ONG dovrà creare una risposta standard basata sui fatti che includa link pertinenti alla fonte delle prove supportate dai dati: usare un tono privo di emozioni è cruciale, non si attacca mai il mittente, si affronta semplicemente il messaggio falso. E, non ultimo, in tutti questi casi, bisogna segnalare sempre qualsiasi post che violi le politiche della piattaforma riguardanti le fake news e le informazioni false.

Un gioco a lungo termine

I social media devono essere considerati come un gioco a lungo termine, in cui dobbiamo rimanere attivi, presenti e reattivi. E soprattutto, essere disciplinati: una strategia di contenuto efficace deve offrire in modo coerente contenuti avvincenti e rilevanti. Se un post è progettato solo per informare alcuni interessati, allora l’email è probabilmente il canale migliore. L’impegno a lungo termine in questa prospettiva darà molti frutti, specialmente per il posizionamento dell’identità della ONG in questione.

TENDENZE EMERGENTI

Gli ultimi dati fanno emergere una certa insoddisfazione degli utenti nei confronti degli algoritmi che curano i loro feed. Molte persone, ad esempio, hanno deciso di tornare “ai vecchi tempi”, passando più tempo nei gruppi e nelle comunità più piccole. Persino Mark Zuckerberg ha parlato di come le persone stiano cambiando le loro abitudini: secondo Facebook, più di 1,4 miliardi di persone partecipano attivamente ai Gruppi ogni mese.

E i canali Telegram e Discord sono diventati enormemente popolari e stanno guadagnando terreno tra le persone che seguono le notizie in tempo reale, proprio come fanno su Twitter (X).

Per le organizzazioni umanitarie, questa è una buona notizia perché possono connettersi direttamente con il loro pubblico creando gruppi che potranno crescere in modo organico anche grazie ai follower più coinvolti.

Naturalmente, i Gruppi Facebook per il cambiamento sociale non sono un nuovo fenomeno. Basti pensare a uno dei migliori casi studio per l’impatto sociale, ovvero il movimento Fridays for Future di Greta Thunberg. In questo caso, la strategia di campagna decentralizzata è stata geniale ed efficace: Greta era la voce principale, ma il potere virale è avvenuto grazie all’azione di singoli individui nelle comunità di tutto il mondo che hanno organizzato centinaia di gruppi locali di Fridays for Future su Facebook.

Grazie della lettura e… ci vediamo online, magari nel prossimo Gruppo Facebook!

Jeremy Bogen

Insights
Ott 11 - 2023
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Illustrazione. Simple, but significant

Se quello della semplicità è un desiderio umano del tutto legittimo, nella comunicazione è la conditio sine qua non. Che ci parli da un billboard o dalla copertina di un report, deve colpirci nella sua forma, visiva o verbale, più semplice. Che non vuol dire banale.

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Detroit, 2013. Un uomo acquista una casa di fianco alla ex moglie e fa installare, in giardino, una statua con un enorme dito medio, rivolto verso la finestra della donna. Il messaggio va dritto come un proiettile, colpendo, in modo chiaro e inequivocabile, il core target (la ex moglie) ma anche il resto del mondo. Una vendetta becera? Un gesto deprecabile? Probabilmente sì. Ma anche semplice ed efficace, come solo un dito medio sa essere. E come la comunicazione dovrebbe essere.

UNW BOZZETTO

Nel mondo della comunicazione, infatti, la semplicità è la conditio sine qua non. Che ci parli da un billboard in metropolitana, da un post su Instagram o da un video di pochi secondi, la comunicazione deve arrivarci nella sua forma, visiva o verbale, più semplice. Che non vuol dire banale.

Dentro la complessità, fuori il bello.

Prendendo in prestito le parole di Bruno Munari, infatti: “Pochi sono capaci di semplificare. Per semplificare bisogna togliere e per togliere bisogna sapere cosa togliere”. Ed è questo che siamo chiamati a fare, su qualsiasi progetto. Togliere. Semplificare. Ridurre alla forma più essenziale e visivamente accattivante, perché catturi lo sguardo e trasmetta un messaggio.

L’illustrazione è capace di dare vita a mondi paralleli in cui i concetti diventano semplici

Le illustrazioni sono la risposta a quel “Make it simple, but significant” che ossessiona chi lavora nel mondo della comunicazione. E allora, ecco qualche esempio di semplificazione ben riuscita.

UNEP

Il Multilateral Fund ha affrontato una delle sfide ambientali più urgenti di fronte a cui l’umanità si sia mai trovata. Per oltre tre decenni, ha guidato le Nazioni nella graduale eliminazione delle sostanze nocive che stavano riducendo lo strato d’ozono, scongiurando un cambiamento climatico che sembrava irreversibile. I traguardi raggiunti sono straordinari, ci sono intere pagine di dati che lo dimostrano. Ma come rendere questi dati comprensibili? Come raccontare trent’anni di sforzi, in meno di dieci pagine? Lo abbiamo fatto grazie alle illustrazioni, supportate dalla data visualization. Nel piccolo eco-sistema che abbiamo creato, il Multilateral Fund è, semplicemente, una mano. Una mano che, per anni, ha mosso, guidato, aiutato e dato vita a un cambiamento epocale.

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TMG – Think Tank for Sustainability

Disuguaglianza e povertà sono solo alcune delle ragioni dell’insicurezza alimentare, che affligge le aree urbane africane a basso reddito. Per garantire il diritto all’alimentazione, chiunque deve poter disporre di risorse fisiche ed economiche per aver accesso ad alimenti adeguati e mezzi per procurarseli, con particolare attenzione alle donne, considerate le più vulnerabili all’interno della società. In buona sostanza, l’intero sistema alimentare urbano deve essere ripensato, anche in un’ottica di inclusione e uguaglianza di genere. Le illustrazioni realizzate per il report di TMG-Think Tank for Sustainability, sono l’estrema sintesi di tutto questo. Nel percorso verso il progresso, le donne sono l’origine di un cambiamento il cui impatto si riflette, a cascata, sull’intera società.

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EIF

EIF, European Investment Fund, si occupa di sostenere la creazione, la crescita e lo sviluppo delle Piccole e Medie imprese, rendendo accessibili i finanziamenti e mettendo in contatto i piccoli imprenditori con i grandi fondi di investimento. Sono proprio le persone a diventare protagoniste dell’Annual Report 2022, grazie alla collaborazione con Alberto Seveso, illustratore. Ogni capitolo ci mostra un ritratto. Ogni ritratto, realizzato con l’intelligenza artificiale in tempi non sospetti, è un collage a più livelli. Ogni livello racconta una sfaccettatura della tematica affrontata nel singolo capitolo. Una matriosca di contenuti che ci colpisce in tutta la sua potenza espressiva.

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UNWOMEN

È strano pensare che le differenze di genere emergano anche nel rapporto con l’ambiente, ma è così. Nel suo Annual Report, UNWOMEN evidenzia come il cambiamento climatico abbia un impatto diverso su uomini e donne, di quanto le donne dipendano dalle risorse naturali, specie nella zona dell’Asia-Pacifico in cui l’accesso all’acqua potabile è un problema, e di come abbiano meno potere decisionale per influenzare le politiche ambientali. Un tema pieno di sfumature, sintetizzate nella cover del report, grazie a un’illustrazione in cui imprenditoria femminile, ambiente e risorse naturali trovano il loro equilibrio.

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